RELAZIONE SULLA NATURA GIURIDICA DELL'ATTO DI RICONOSCIMENTO DEL FIGLIO NATURALE

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Il problema in generale

La riforma del diritto di famiglia, avvenuta con la legge n.151 del 19 maggio 1975, ha dato piena attuazione all'art.30 della Costituzione secondo il quale la legge deve assicurare ogni tutela giuridica e sociale ai figli nati fuori del matrimonio; questo perché la filiazione naturale non viene considerata incompatibile con la costituzione di uno stato in favore del figlio (GAZZONI). Il nuovo sistema ha così sanzionato il diritto allo stato di figlio, e cioé il dirittto all'accertamento giudiziale del rapporto di filiazione. L'esistenza di questo diritto ha eliminato la precedente categoria di "figli non riconosciuti" che vengono ora considerati semplicemente come coloro che non hanno ottenuto l'accertamento formale del rapporto di filiazione (BIANCA).

Il problema consiste nell'accertare la procreazione ad opera di una determinata persona mediante:

- la forma del riconoscimento proveniente da un genitore (art. 250 CC);

- la forma della dichiarazione giudiziale di paternità o maternità (art. 269 CC).

La dichiarazione giudiziale si ha quando il genitore non riconosce come proprio il figlio naturale, la filiazione deve quindi essere accertata dal tribunale mediante dichiarazione giudiziale della paternità o della maternità.

Disciplina e natura dell'atto di riconoscimento

Il riconoscimento consiste nell'atto formale mediante il quale il dichiarante attesta di essere il genitore del proprio figlio naturale; esso può considerarsi come la dichiarazione di paternità o maternità proveniente dal genitore (BIANCA). La dottrina è molto discorde nel definire la natura giuridica del riconoscimento: da alcuni autori viene considerato un negozio di accertamento, da altri un atto di autonomia negoziale, da altri ancora una dichiarazione di scienza; tutte le correnti sono rivolte comunque a rendere certa una situazione di fatto, dando origine allo status di figlio.

Prima della riforma del 1975, il riconoscimento veniva considerato come l'atto dal quale far dipendere il rapporto di filiazione, ad esso quindi veniva attribuita efficacia costitutiva del rapporto giuridico di filiazione e tendeva ad inquadrasi come un atto di concessione dello stato di figlio.

In seguito alla riforma gran parte della dottrina ha ritenuto di avvalorare la tesi del riconoscimento come negozio di accertamento (COSATTINI, BUSNELLI), (negozio atto cioé a eliminare controversie, discussioni, dubbi sulla situazione esistente): con esso il genitore esercita il potere autonomo di dare certezza al fatto naturale della procreazione. Si discute, tuttavia se possa dimostrarsi dopo la conclusione del negozio che la situazione accertata non corrisponda, in realtà, a quella che effettivamente preesisteva, in tal caso si sostiene che prevale il regolamento contenuto nel negozio (art. 1969 CC). Questa disciplina del negozio di accertamento contrasta con l'art. 263 CC che prevede la possibilità di impugnare il riconoscimento per difetto di veridicità (TORRENTE).

Il riconoscimento del figlio naturale come atto di autonomia negoziale trova punti di debolezza nel fatto che la semplice volontà, caratteristica dell'atto di autonomia, non è sufficiente per ottenere il riconoscimento, manca infatti l'elemento oggettivo del fatto naturale della procreazione (GAZZONI). D'altra parte, però l'atto di riconoscimento è considerato atto di autonomia privata appunto perché volontario (PINO). L'autore compie una scelta libera e incondizionata sulla opportunità di compiere l'atto. Egli pone in essere un atto unilaterale, soggetto a una particolare disciplina in ordina ai requisiti soggettivi, alla forma, agli effetti e alle impugnazioni. Gli effetti, anche se trovano la loro spiegazione nel fatto della nascita, si producono indipendentemente dal fatto, fino a quando il riconoscimento non venga annullato per difetto di veridicità (art. 263 CC). Si tratta quindi di un negozio unilaterale anche se in parte si sottrae alla normativa propria dei negozi giuridici per il fatto di essere diretto a regolare interessi non patrimoniali. L'atto di riconoscimento, presenta infatti le caratteristiche strutturali del negozio giuridico: la manifestazione di volontà è espressa e consiste in una dichiarazione, la causa, funzione economico-sociale del negozio, è quella di rendere certa una situazione di fatto.

Se si considera l'atto di riconoscimento come negozio giuridico, la dichiarazione di volontà è sottoposta al principio di responsabilità, secondo il quale il dichiarante è ovviamente responsabile della dichiarazione espressa, e al principio dell'affidamento secondo il quale i terzi in buona fede danno piena validità alla dichiarazione. La tesi di atto negoziale è sostenuta nella sentenza App. Napoli 8-10-1946, nella quale si è affermato che il riconoscimento volontario del figlio naturale è un negozio giuridico unilaterale che può essere fatto da entrambi i genitori, tanto separatamente che congiuntamente. Tuttavia si deve considerare, secondo quanto disposto dall'art. 1372 CC che l'atto di autonomia produce effetti solamente per l'autore o per gli autori mentre non tocca la sfera giuridica di soggetti estranei. Una parte della dottrina, quindi, esclude la negozialità dell'atto in relazione al fatto che il genitore non ha la disponibilità della qualità personale del figlio strettamente inerente ai bisogni fondamentali della persona umana (MAJELLO, Della filiazione illegittima).

Sembra ormai esclusa del tuttto la teoria dottrinale secondo la quale il riconoscimento viene considerato un atto di confessione, esso infatti non è la dichirazione della verità di fatti a sé sfavorevoli in quanto la paternità o maternità non possono essere qualificati come "fatti sfavorevoli" a chi effettua il riconoscimento (CICU).

La dottrina prevalente considera il riconoscimento come una dichiarazione di scienza. Il genitore al momento del riconoscimento adotta il principio di veridicità e dà atto di una situazione già verificatasi e a lui nota; il dichiarante subisce le conseguenze stabilite dalla legge che derivano dalla assunzione di responsabilità in ordine alla veridicità di quanto da lui affermato (GAZZONI). Coelemento della dichiarazione del genitore è l'atto di assenso del figlio ultrasedicenne o il consenso dell'altro genitore, infatti il riconoscimento non produce effetti se non presenta anche questi elementi.

Il riconoscimento può essere impugnato per:

- contestazione di stato: in relazione alla veridicità della dichiarazione. Se la domanda di impugnazione viene accolta non è ritenuto ammissibile un riconoscimento successivo.

- contestazione del titolo: in relazione al titolo. Così ad esempio se l'autore del riconoscimento contesti l'atto per violenza, può convalidare il titolo al termine della violemza.

Nei casi di riconoscimenti fatti per compiacenza e cioé consapevolmente falsi è parso censurabile il potere di impugnare l'atto senza limiti di tempo, a sostenimento di questa tesi si deve considerare la stabilità della situazione di convivenza, il rispetto della personalità del figlio. Il giudice può, caso per caso, sindacare i motivi ed eventualmente respingere l'impugnativa con cui il soggetto intende avvalersi della propria menzogna a notevole distanza di tempo (RESCIGNO).

Conclusioni

Appare evidente, dopo aver analizzato le diverse posizioni della dottrina, la difficoltà di inquadrare il riconoscimento in modo pieno ed univoco in una data categoria di atti. Il problema consiste quindi nel valutare se il riconoscimento presenta maggiormente gli aspetti di uno o di altro atto giuridico. In relazione a quanto esposto sembra che la tesi dominante sia quello di considerare l'atto di riconoscimento un atto in senso stretto in cui quindi gli effetti siano preordinati dalla legge. Tra gli atti in senso stretto, la dichiarazione di scienza appare quello che risponda maggiormente alle caratteristiche del riconoscimento.

La sentenza del Tribunale di Cremona

Tra le ultime notizie di cronaca ha destato scalpore la sentenza del Tribunale di Cremenoa che ha consentito a Luciano Anselmi di disconoscere il figlio Mattia.

Il sig. Anselmi aveva acconsentito che la moglie si avvalesse della fecondazione artificiale per avere un figlio, dato il fatto che lui si trovava in una condizione di assoluta e inguaribile sterilità. Il bambino così nato all'interno del matrimonio viene considerato dalla legge come un "figlio legittimo" e di conseguenza sottoponibile all'azione di disconoscimento della paternità. Tale azione è consentita solo nei casi stabiliti dalla legge all'art. 235 CC, tra esse, la seconda ipotesi espressa dal CC è che "durante il trentacinquesimo e centoottantesimo giorno prima della nascita il marito era affetto da impotenza, anche soltanto di generare". Questa era la situazione in cui si trovava il Sig. Anselmi la quale gli ha permesso di disconoscere il bambino.

Gli sviluppi della tecnica nel campo della fecondazione artificiale pongono diversi problemi di diritto di famiglia: la riforma del 1975 non poteva prevedere una simile evoluzione della scienza, necessita quindi una normativa che regolamenti la materia nel modo più completo possibile. La fecondazione artificiale è stata oggetto di studio da parte della dottrina (Inseminazione artificiale, Trabucchi; Inseminazione artificiale, Lojacono) che è giunta a sostenere che nel caso in cui il donatore sia persona diversa dal marito, questi può agire in disconoscimento se ne ricorrono le condizioni e sempreché non sia stato consenziente. Questa tesi tende a tutelare nel modo più ampio il diritto del bambino allo stato di figlio. La sentenza Trib. Roma 30-4-1956 in contrasto con quanto detto, ha regolato che può essere disconosciuto dal marito il bambino che sia stato procreato dalla moglie mediante fecondazione artificiale con impiego del seme di un terzo, indipendentemente da ogni indagine in ordine all'eventuale consenso del marito stesso alla pratica fecondativa.

Bibliografia

F. GAZZONI, Manuale di diritto privato, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli, 1993.

A. TORRENTE, P. SCHLESINGER, Manuale di diritto privato, Ed. Giuffrè, Milano, 1990.

P. RESCIGNO, Manuale del diritto privato italiano, Ed. Jovene, Napoli 1991.

M. BIANCA, Trattato di diritto civile, vol. II - Successioni e famiglia.

PINO, Il diritto di famiglia, Ed. Cedam