IL GOVERNATORE DELLA BANCA D'ITALIA PARLA DELLA RIVOLUZIONE INTERNET, DEI PERIODI DELLA GLOBALIZZAZIONE FINANZIARIA E METTE IN GUARDIA CONTRO GLI ECCESSI DI BORSA

Sì, può ripetersi il miracolo degli anni '50

di Ferruccio de Bortoli

Nella favola delle api di Bernard de Mandeville, l'alveare (la società) vive nell'egoismo e nella voglia di spendere. Ma cresce e prospera. Hayek lo sottotitolò: vizi privati, pubblici benefici. L'euforia dei mercati finanziari, per certi versi, ricorda lo scritto di questo misconosciuto medico e filosofo settecentesco. La ricchezza in Borsa sembra a portata di mano. E l'alveare operoso, egoista, consuma la propria bulimia finanziaria. Antonio Fazio è perplesso: Mandeville piaceva anche al suo amato Keynes. Il governatore teme questa euforia finanziaria globale, guarda alle quotazioni raggiunte da molti titoli, mette in guardia dall'ideologia del denaro facile, invita i risparmiatori a essere selettivi, ma non nasconde il proprio ottimismo di fronte alla portata rivoluzionaria della New Economy, alla diffusione di Internet. E qui il governatore della Banca d'Italia (che riguardo alle voci di un suo possibile impegno in politica sceglie una citazione latina per dire: bada solo a far bene ciò che stai facendo) mostra, e non è una cosa da poco, di aver aggiunto un'ulteriore dimensione alla propria analisi: non più soltanto diretta a chiedere meno tasse, pensioni riformate e più flessibilità sul mercato del lavoro, ma anche a promuovere a gran voce l'innovazione, l'applicazione delle tecnologie della rete. Un'occasione storica per l'Italia che ha davanti la possibilità di ripetere il boom dei favolosi anni Cinquanta. Purché...
- Purché, governatore?
"Purché si capisca bene il momento storico che stiamo vivendo. Lei lo sa, uso pochi aggettivi, ma mi sento di dire epocale. Una rivoluzione simile a quella dell'invenzione della stampa nel quindicesimo Secolo o alle grandi scoperte geografiche".
- Un mondo globale, interconnesso, che annulla distanze e tempi.
"Ma non confonda, per favore, la globalizzazione con la New Economy. La globalizzazione c'era anche prima, per le merci, oggi c'è per la finanza, grazie alla disponibilità di dati e denaro in tempo reale, e domani ci sarà per le persone, per i movimenti migratori, con conseguenze sul piano culturale ed economico di grande portata".
- E la New Economy?
"Io la definisco così: la diffusione dell'informatica porterà a una diversa e rivoluzionaria organizzazione del modo di produrre nelle imprese. E nei rapporti fra imprese. Con aumenti notevoli di produttività. Una nuova rivoluzione industriale".
- Un fenomeno per ora quasi esclusivamente americano come dimostra il loro eccezionale tasso di crescita paragonato a quello più modesto degli europei
"Il loro aumento di produttività è superiore a quello che avemmo noi in Italia nei mitici anni Cinquanta. Sale la produttività, sale il reddito, e l'occupazione".
- E che cosa le fa pensare che l'Italia possa cogliere questa grande opportunità?
"Pensi a quello che avvenne negli anni Cinquanta in Italia, in Germania. Ne abbiamo parlato varie volte con il presidente della Federal Reserve Greenspan: gli europei costruirono il loro grande periodo di sviluppo importando le tecnologie degli altri, trasferendo nel nostro sistema l'organizzazione fordista delle fabbriche. E fecero anche meglio. Ecco, il mio messaggio forte è questo: quell'esperienza si può ripetere. Con una variante".
- Quale?
"Le nuove tecnologie, produttive e distributive, applicate anche alle lavorazioni tradizionali, dall'abbigliamento alla meccanica, si adattano bene alla nostra struttura di piccole e medie imprese. Il potenziale è enorme. Quella che era una debolezza strutturale può trasformarsi in un fattore di migliore competitività. Anche e soprattutto per il Sud".
- Dunque, non sono più necessarie gabbie salariali per avere un costo del lavoro più basso e rendere più competitive le produzioni al Sud?
"Non ho mai parlato di gabbie salariali. Appartengono al passato. L'accento va posto sulla flessibilità dell'offerta di lavoro e sull'aggancio dei salari alla produttività".
- Peccato che il Paese, le forze politiche, non pongano l'innovazione al primo posto.
"Ma qualcosa si muove, il governo sta studiando provvedimenti. Occorre procedere con decisione".
- Che cosa si dovrebbe fare?
"Certo è necessario ridurre la fiscalità per gli investimenti in innovazione, ma soprattutto bisogna fare le riforme di struttura, liberalizzare, ridurre il peso dei settori protetti e dei monopoli responsabili di rigidità che appaiono evidenti in questa ripresa dell'inflazione, agire sulle regole del mercato del lavoro. Ma il mio messaggio forte per una volta è diretto più agli imprenditori e alle parti sociali che al governo: è necessario cogliere questa grande occasione. E la politica deve dare tutta la necessaria libertà. Rimuovere i vincoli. Spronare l'innovazione nelle applicazioni produttive".
- E lo rivolga, questo messaggio, per favore anche alle banche, ancora restie a finanziare le buone idee, soprattutto quelle dei giovani o di chi ha poche garanzie patrimoniali.
"E' necessario anche per loro. Ma qualcosa di significativo, per la verità, è stato fatto. Il sistema si sta riorganizzando e rafforzando".
- Ma il fenomeno Internet da noi è per ora soprattutto un fenomeno finanziario, di Borsa.
"Non vorrei essere così pessimista. Certo negli Stati Uniti la New Economy è nata nell'industria e poi si è trasferita nella finanza. Da noi non è così. Eppure il percorso è chiaro".
- Per esempio?
"Pensi soltanto a una collaborazione più stretta fra imprese e università. Le nuove Internet company sono nate tutte intorno ai campus universitari. Orientare meglio gli studi, investire di più nell'educazione, nella ricerca. Il segreto poi alla fine è questo: la conoscenza. La politica economica stavolta conta di meno, così come quella monetaria. C'è poco tempo".
- E il pericolo qual è?
"Diventare una colonia che vede il proprio risparmio finanziare la crescita degli altri". - Torniamo alla favola delle api: si cresce, si guadagna, ma l'etica ne soffre, le regole, quando ci sono, si stemperano, diluiscono. Vincono i bravi, ma anche i furbi e gli scorretti.
"L'idea del mercato viene scoperta da uno scozzese, Adam Smith, che non per niente era professore di filosofia morale. Smith insiste sul concetto di sympathy, che si traduce male. Non è simpatia, ma sentire comune. Quella che Maritain chiama amicizia civile, philia per i Greci. L'uomo economico non è buono per definizione; dev'essere onesto. La concorrenza deve avvenire in un contesto di regole civili. Non la si fa con i bilanci falsi o corrompendo gli altri".
- Eppure la sensazione è che in questa fase prevalgano atteggiamenti disinvolti, spregiudicati, l'insider trading, forse è ripresa la corruzione.
"Il mercato vive un periodo di sconvolgente crescita che fu ben descritto da Schumpeter e Hayek, teorici dell'innovazione, e dalla scuola austriaca. Vincono le idee nuove, prevale l'imprenditore che scopre un prodotto migliore, un diverso modo di produrre. Si arricchisce lui e migliora la società. Ma se sconfigge i suoi rivali con il ricorso a metodi scorretti tutta la società si impoverisce".
- Sembra che il mercato non debba avere limiti, che possa autoregolarsi all'infinito.
"Distinguerei fra beni reali e prodotti finanziari. Per i primi c'è un limite: produco tanto perché c'è una domanda. E l'offerta è limitata dalla disponibilità di fattori produttivi, lavoro e materie prime. I prezzi relativi stabiliscono l'equilibrio. Ecco, qui la favola delle api funziona: la ricerca del vantaggio da parte del produttore fa bene a tutti perché tenderà sempre a offrire beni migliori a costi più bassi degli altri. Il sistema cresce in equilibrio. Nella finanza no. Noi potremmo stampare moneta all'infinito, la carta non manca".
- Insomma, la globalizzazione finanziaria non può essere lasciata alle forze del mercato, non troveranno mai un equilibrio.
"Oggi sta avvenendo a livello delle economie mondiali ciò che accadde nelle economie nazionali quando si sviluppò il credito. Contribuì alla crescita straordinaria del'economia, ma ci si accorse dopo che occorrevano limitazioni e vigilanza".
- Quelle che mancano oggi sui mercati finanziari mondiali?
"Esatto. Ma dobbiamo arrivarci".
- Attraverso delle crisi? Con lo scoppio di bolle speculative?
"Così è avvenuto finora, purtroppo".
- Molti titoli azionari appaiono gonfiati, molte Borse sopravvalutate, scarsi i controlli sui prodotti finanziari, come per esempio i derivati.
"Sicuramente i risparmiatori dovrebbero essere più selettivi nelle loro scelte. Ma la valutazione dei titoli tecnologici è fatta di aspettative. Il tempo dirà... Certo, una maggiore prudenza è necessaria".
- C'è chi si è abituato a raddoppiare o triplicare il capitale.
"Qualche volta mi vengono in mente i titoli atipici degli anni Ottanta".
- E finì male.
"Ma c'è una conseguenza della globalizzazione finanziaria che non può essere trascurata ed è l'aspetto sociale: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Si perde di vista qualsiasi questione relativa alla distribuzione del reddito".
- E la politica è assente.
"Il discorso è stato affrontato seriamente dopo tanti anni nelle ultime riunioni di Washington del Fondo monetario internazionale, per merito innanzitutto del cancelliere dello scacchiere inglese Gordon Brown e di molti altri ministri finanziari di Paesi sviluppati. Per la prima volta il discorso dell'equità non è stato fatto solo dai Paesi poveri".
- Manca, in sintesi, una sorta di dottrina sociale della globalizzazione, mutuata forse dall'esperienza della Chiesa?
"E quale altra istituzione può dirsi globalizzata come la Chiesa?".
- Con quali strumenti?
"Iniziando da una rinnovata consapevolezza culturale della portata sociale e politica di questi fenomeni".
- Un mondo occidentale più ricco ma più arido, per dirla con Poggio Bracciolini "schiavo del lucro".
"Ecco, io aggiungerei l'insegnamento di Tommaso d'Aquino: la ricchezza va usata a fin di bene individuale e sociale, senza appetirla con cupidigia, dimenticando gli effetti sulla società. Vede, nell'economia reale può accadere che qualcuno guadagni e qualcun altro perda; in quella finanziaria, si può essere travolti: persone, imprese, Paesi".
- E qui si torna alla favola delle api, qualcuno deve pur guardare l'alveare.
"L'uomo economico è un animale sociale, lo sappiamo dal tempo degli antichi filosofi. Non c'è società se non c'è economia, ma la società non può essere solo economica. Esistono dimensioni morali, civili e spirituali. Esiste un equilibrio sociale".
- Insomma, il mercato non è una risposta per tutto.
"Assolutamente no. E le faccio un solo esempio: l'ecologia. Il mercato non pulisce il mondo, semmai lo sporca".
- Governatore, diranno che questo suo manifesto, chiamiamolo così, sulla modernizzazione e la New Economy è un programma politico.
"No, rientra nei compiti di un governatore, preoccupato della crescita e della stabilità dell'economia, dell'occupazione, da sempre obiettivo principe anche per gli economisti veri. Per quanto riguarda la politica ricordo Age quod agis".

Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera

09 marzo 2000